Ti riconosci in questa scena? La giornata parte con una riunione veloce, poi arrivano messaggi, urgenze, domande operative, chiarimenti su compiti che pensavi fossero già chiari. A metà mattina stai ancora facendo il lavoro del tuo team invece di guidarlo. A fine giornata hai risolto molto, ma quasi nulla di ciò che conta davvero per far crescere l’azienda.

Nelle PMI succede spesso. Non perché manchino impegno o buona volontà, ma perché gestire un gruppo di lavoro richiede un sistema, non solo presenza. Il passaggio più delicato è quando una persona passa da collega a responsabile. In Italia questo vuoto è molto concreto: il 70% dei nuovi team leader italiani non affronta la transizione da “collega” a “leader” con adeguato supporto psicologico o metodologico, come riportato nel contenuto dedicato a questo tema su YouTube. È qui che nascono molti problemi che poi vengono letti come “scarso allineamento”, “mancanza di responsabilità” o “team poco motivato”.

Quando affianco manager di PMI, vedo quasi sempre lo stesso schema. Il problema non è il singolo collaboratore. Il problema è una catena corta: ruoli poco definiti, obiettivi vaghi, deleghe a metà, feedback tardivi e conflitti lasciati sedimentare. La buona notizia è che si può rimettere ordine. Non con formule astratte, ma con strumenti semplici e applicabili da subito.

Indice

 

Dal caos alla coesione la sfida di ogni manager in una PMI

Lunedì mattina, otto e trenta. Il team è già operativo, ma ogni nodo torna sulla tua scrivania. Un cliente chiede una priorità diversa, due persone aspettano conferma per partire, un collaboratore bravo tecnicamente evita una decisione perché teme la reazione dei colleghi. In molte PMI il caos non nasce dalla mancanza di impegno. Nasce da una guida che resta troppo accentrata.

Impiegato stressato seduto alla sua scrivania in ufficio, circondato da documenti, telefoni e colleghi che chiedono attenzione.

Lo vedo spesso sul campo. Viene promosso il miglior commerciale, il tecnico più affidabile o la persona che conosce meglio clienti e processi. La scelta, sulla carta, ha senso. Il problema arriva dopo. Quel professionista continua a risolvere problemi in prima persona, evita i confronti difficili e resta intrappolato in una terra di mezzo: non è più un collega come prima, ma non sta ancora guidando il gruppo con un metodo chiaro.

 

Il punto cieco di molti nuovi responsabili

Nelle PMI italiane il passaggio da collega a leader viene spesso dato per scontato. Si eredita il ruolo, non gli strumenti per esercitarlo bene. Mancano momenti di affiancamento, criteri di gestione condivisi e una formazione concreta su feedback, confini, priorità e decisioni. Il risultato è prevedibile: persone competenti sul lavoro tecnico che faticano a tenere insieme il lavoro degli altri.

È qui che nasce il vero collo di bottiglia.

Il problema non è la buona volontà del nuovo responsabile. È l’idea, molto diffusa, che basti essere bravi nel proprio mestiere per saper gestire un gruppo. Non funziona così. Guidare un team richiede un cambio di postura: meno esecuzione diretta, più chiarezza, più responsabilizzazione, più capacità di intervenire prima che le tensioni diventino attriti aperti.

Per questo tanti responsabili fanno fatica a:

  • dare feedback chiari senza irrigidire il rapporto
  • prendere posizione senza sentirsi “contro” il team
  • ridefinire i confini con ex colleghi diventati collaboratori
  • passare dal fare in prima persona al far funzionare il lavoro degli altri

Regola pratica: se resti il miglior esecutore del gruppo, il team continuerà a dipendere da te. Se imposti regole, priorità e responsabilità leggibili, il team inizia a reggersi anche senza la tua presenza costante.

Nelle PMI questo passaggio pesa ancora di più, perché i margini sono stretti, i ruoli spesso si sovrappongono e non esistono percorsi formali per chi diventa capo. Serve quindi un approccio semplice, applicabile subito, che metta ordine senza creare burocrazia. È lo stesso principio che trovi nel lavoro di ordine dal caos organizzativo: ridurre l’improvvisazione e rendere il coordinamento più chiaro per tutti.

 

Cosa funziona e cosa no

Funziona chiarire che il ruolo del manager non coincide più con quello del miglior specialista. Chi guida il team deve decidere priorità, sciogliere ambiguità e presidiare il metodo di lavoro.

Non funziona sperare che il gruppo si assesti da solo, soprattutto quando le relazioni precedenti condizionano ancora comportamenti e aspettative.

Funziona fissare poche regole visibili. Chi decide cosa. Entro quando. Con quale autonomia. È meno “romantico” dell’intesa spontanea, ma nelle PMI evita rallentamenti, scarichi di responsabilità e conflitti mascherati da incomprensioni.

La coesione, in pratica, non dipende dal carattere delle persone. Dipende da quanto il contesto rende semplice collaborare bene.

 

Analisi e mappatura del team per costruire fondamenta solide

Prima di correggere comportamenti, conviene leggere il team con criteri semplici. Molti manager sbagliano qui. Valutano le persone in base a simpatia, fiducia personale o memoria degli ultimi errori. È un filtro umano, ma poco utile.

Schema organizzativo che illustra la gerarchia del team, dal manager ai vari specialisti dei progetti.

 

Quando il problema non è il carattere ma la diagnosi sbagliata

Per gestire un gruppo di lavoro in modo serio servono due domande:

  1. Questa persona sa fare ciò che le sto chiedendo?
  2. Questa persona vuole davvero prendersi la responsabilità del risultato?

Se non distingui competenza e volontà, rischi due errori molto frequenti:

SituazioneErrore del managerEffetto
Persona motivata ma inespertaLa giudica “non adatta”La blocca e la demotiva
Persona capace ma disingaggiataLe dà più compiti pensando di rilanciarlaAumenta resistenza e attrito

 

Una matrice semplice che funziona davvero

La matrice Skill/Will resta uno degli strumenti più utili sul campo.

  • Alta skill, alta will
    Qui trovi le persone pronte per autonomia, progetti trasversali, affiancamento ai colleghi.

  • Alta skill, bassa will
    Non servono più istruzioni. Serve capire cosa ha spento il coinvolgimento: contesto, mancanza di ascolto, conflitti, assenza di prospettiva.

  • Bassa skill, alta will
    È il terreno ideale per formazione, coaching operativo e deleghe progressive.

  • Bassa skill, bassa will
    Qui serve chiarezza rapida. Obiettivi, tempi, supporto, verifica. Senza ambiguità.

Se un collaboratore continua a non rendere, evita etichette generiche come “non è sul pezzo”. Chiediti invece: manca competenza, manca motivazione, o mancano istruzioni leggibili?

Un altro nodo concreto è la dimensione del team. Per compiti che richiedono alta interazione, la soglia più efficace è tra 5 e 9 membri, mentre gruppi più grandi tendono a perdere efficienza e rallentano il processo decisionale, come evidenziato nel glossario di strtgy.design sul gruppo di lavoro. Quando il gruppo cresce troppo, aumentano i passaggi, si diluiscono le responsabilità e qualcuno smette di contribuire davvero.

 

Mini checklist per il colloquio individuale

Per fare una mappatura utile bastano colloqui brevi, ma fatti bene.

  • Chiedi risultati, non impressioni
    “Quale attività oggi ti riesce meglio e quale ti rallenta?”

  • Esplora il livello di autonomia
    “Su cosa ti senti sicuro di decidere da solo?”

  • Individua i colli di bottiglia
    “Dove ti blocchi più spesso e da chi dipende quel blocco?”

  • Apri il tema motivazione senza retorica
    “Cosa ti fa lavorare bene qui e cosa ti toglie energia?”

Se vuoi rendere più oggettiva questa fase, un percorso di bilancio di competenze per ruoli e potenziale aiuta a distinguere percezioni e dati utili alla gestione.

 

Definire obiettivi chiari e ruoli inequivocabili

Un team non si inceppa solo per mancanza di persone valide. Si inceppa quando tutti lavorano, ma non nella stessa direzione. In azienda questo si vede subito: riunioni piene, urgenze continue, poca responsabilità vera sui risultati.

 

Dove nasce la confusione operativa

Le ambiguità più costose sono tre:

  • Obiettivi generici
    “Dobbiamo migliorare il servizio” non guida nessuno.

  • Ruoli sovrapposti
    Due persone seguono la stessa attività e nessuna ne risponde fino in fondo.

  • Responsabilità non dichiarate
    Il team scopre le aspettative del manager solo quando qualcosa va storto.

Nelle PMI, formalizzare ruoli e responsabilità con schede di ruolo specifiche riduce conflitti e sovrapposizioni operative, che rappresentano uno spreco economico diretto, come spiegato nell’approfondimento di Dipendenti in Cloud sulla gestione dei gruppi di lavoro.

Accanto a questo, c’è un dato che molti sottovalutano. In Italia i top performer raggiungono in media il 400% in più di produttività rispetto al dipendente medio, e per valorizzarli servono obiettivi chiari e misurabili definiti con framework come SMART, come riportato nell’analisi di TWproject sui team altamente produttivi. Tradotto in pratica: anche la persona più forte si spegne se il contesto è confuso.

Un top performer in un sistema opaco spesso non traina il team. Si stanca, si isola oppure compensa le inefficienze degli altri fino a saturarsi.

 

Come trasformare un obiettivo in istruzione utile

Dire “segui meglio i clienti” non basta. Meglio dire:

  • Frase debole
    “Vorrei più attenzione sui clienti attivi.”

  • Frase corretta
    “Da oggi sei responsabile del follow-up dei clienti attivi. Ti chiedo un contatto periodico, aggiornamento puntuale del CRM e segnalazione immediata delle criticità. Verifichiamo insieme andamento e ostacoli nel punto settimanale.”

La logica SMART aiuta perché obbliga a rendere un obiettivo concreto. Specifico, misurabile, adattabile, rilevante, temporalmente definito. Non serve complicarlo. Serve togliere nebbia.

 

Mini template per una scheda di ruolo utile

Una scheda di ruolo efficace non è un documento lungo. È una pagina che risponde a poche domande decisive.

VoceCosa scrivere
Scopo del ruoloPerché esiste questo ruolo nel team
Attività chiaveLe responsabilità principali
Confini decisionaliCosa può decidere in autonomia
InterdipendenzeCon chi deve coordinarsi
Criteri di risultatoCome si capisce se sta funzionando

Frasi che consiglio di usare:

  • Per chiarire il perimetro
    “Su questa area la responsabilità finale è tua.”

  • Per evitare sovrapposizioni
    “Tu prepari la proposta, io intervengo solo in revisione finale.”

  • Per ancorare il risultato
    “Non ti sto chiedendo di fare più attività. Ti sto chiedendo di ottenere questo esito.”

Quando i ruoli sono poco leggibili, il manager si trasforma in centralino. Quando diventano espliciti, il team inizia a prendere forma. Per chi sta lavorando su assetto organizzativo e responsabilità, la piramide dei ruoli aziendali offre un riferimento utile per ordinare livelli e confini.

 

Padroneggiare l’Arte della Delega per Responsabilizzare il Team

La frase “faccio prima a farlo io” sembra efficiente. In realtà è spesso il sintomo di un manager saturo e di un team che non sta crescendo. Delegare bene non significa liberarsi di un compito. Significa trasferire responsabilità in modo controllato.

Una infografica che illustra i cinque passaggi chiave per una delega efficace nel lavoro professionale.

 

La delega che libera tempo e fa crescere le persone

Nelle PMI la delega efficace segue cinque passaggi chiari: scegliere la persona giusta, definire il perimetro di autonomia, spiegare il risultato atteso, concordare checkpoint brevi e chiudere con feedback costruttivo, come indicato nella guida di PTManagement sulla gestione del personale nelle PMI.

Il primo errore è delegare alla persona più libera. Quella corretta è la persona più adatta. Il secondo errore è assegnare il compito, ma tenersi in testa il vero obiettivo. Il terzo è controllare troppo tardi o troppo spesso.

Esempio pratico.

Manager: “Prepara la presentazione per il cliente.”

Delega debole. Il collaboratore esegue, ma non sa se conta la forma, il messaggio commerciale, il posizionamento, la velocità o la marginalità.

Manager: “L’obiettivo è arrivare all’incontro con una proposta chiara, sostenibile e facile da discutere. Tu prepari la bozza completa. Puoi decidere struttura e materiali. Mi allineo con te domani su due punti: offerta e rischi percepiti dal cliente.”

Qui cambia tutto. Hai dato risultato, confini e checkpoint.

Per chi vuole vedere esempi operativi sul tema, questo video offre spunti utili:

 

Checklist pratica di delega da usare subito

Tieni questa traccia sulla scrivania.

  1. Scegli bene la persona
    Non quella più disponibile. Quella più coerente con il compito e con la crescita che vuoi favorire.

  2. Definisci il perimetro decisionale
    Cosa può decidere da solo? Quando deve confrontarsi con te? Su quali aspetti non deve aspettare autorizzazioni?

  3. Spiega il risultato atteso
    Non limitarti a “cosa fare”. Chiarisci l’esito da raggiungere.

  4. Concorda checkpoint brevi
    Meglio punti rapidi e regolari che controllo ossessivo o silenzio totale.

  5. Chiudi con feedback
    La delega non finisce alla consegna. Si consolida nella rilettura dell’esperienza.

Errore da evitare: intervenire a metà lavoro senza motivo, riprendersi il compito e poi lamentarsi che il team non è autonomo.

Frasi utili:

  • “Ti affido questa attività con responsabilità operativa.”
  • “Il risultato che mi aspetto è questo. Il come lo costruiamo insieme solo all’inizio.”
  • “Ci aggiorniamo in modo breve, non per controllarti, ma per rimuovere ostacoli.”

Se oggi sei ancora troppo dentro l’operatività, lavorare sulla delega efficace in azienda è uno dei passaggi che sblocca più velocemente tempo, fiducia e accountability.

Per molti manager, questo è anche il punto in cui un percorso di Business Coaching per Imprenditori e Manager di PMI fa la differenza tra sapere cosa fare e riuscire davvero a farlo con continuità.

 

Comunicazione motivazione e gestione dei conflitti

Ci sono team tecnicamente forti che producono meno di quanto potrebbero. Il motivo, nella maggior parte dei casi, non è tecnico. È relazionale e organizzativo. Le informazioni passano male, le persone si sentono poco considerate, i conflitti restano sospesi.

Un'infografica che confronta i vantaggi e gli svantaggi di una corretta gestione di un team di lavoro.

 

La comunicazione che evita rilavorazioni e attriti

Una buona comunicazione interna non coincide con “parlarsi tanto”. Coincide con parlarsi bene e nei momenti giusti. Nelle PMI funziona una struttura semplice:

  • Riunione breve di allineamento
    Priorità, blocchi, responsabilità.

  • Punti individuali periodici
    Per leggere carico, difficoltà, crescita e allineamento.

  • Documenti condivisi chiari
    Decisioni, scadenze, consegne e prossimi passi.

Per il feedback consiglio spesso la struttura Situazione, Comportamento, Impatto.

Esempio.

  • Situazione
    “Nella riunione con il cliente di ieri…”
  • Comportamento
    “…hai interrotto più volte il confronto prima che il collega completasse il quadro.”
  • Impatto
    “…e questo ha creato confusione sul messaggio che volevamo dare.”

È un modello semplice, ma evita giudizi fumosi come “sei stato poco collaborativo”.

Quando il feedback attacca la persona, il confronto si chiude. Quando descrive un comportamento osservabile e il suo impatto, la conversazione resta gestibile.

 

La motivazione non si costruisce solo con premi economici

Nelle piccole aziende molti manager pensano che la motivazione dipenda soprattutto dal compenso. Nella pratica quotidiana non è così lineare. Le persone si attivano di più quando si sentono ascoltate, riconosciute e messe in condizione di crescere.

Qui entra un dato molto utile: il 78% delle PMI italiane preferisce coltivare nuove competenze sul personale interno invece di cercare nuove risorse sul mercato, come riportato da Il Sole 24 Ore nel pezzo dedicato alla formazione nelle PMI. Questo orientamento è sensato anche dal punto di vista manageriale. Quando investi sulle persone che hai, aumenti competenza, appartenenza e tenuta del gruppo.

Tre leve concrete funzionano bene:

  • Dare visibilità ai progressi
    Non elogio generico. Riconoscimento preciso su ciò che la persona sta facendo bene.

  • Creare occasioni di apprendimento
    Affiancamenti, micro-learning, rotazione ragionata delle attività.

  • Coinvolgere nelle decisioni che toccano il lavoro quotidiano
    Anche solo ascoltare davvero cambia il livello di adesione.

Chi vuole rafforzare questa parte con strumenti pratici trova riferimenti utili nella comunicazione efficace, gestione dei conflitti e tecniche di ascolto attivo.

 

Un metodo semplice per gestire un conflitto senza peggiorarlo

Il conflitto non va negato. Va trattato presto. Nelle PMI il problema non è che i conflitti esistano. Il problema è che spesso vengono affrontati tardi, quando si sono già trasformati in sarcasmo, chiusura, disallineamento o boicottaggi silenziosi.

Una sequenza pratica che uso spesso è questa:

  1. Ascolto separato delle parti
    Fatti, percezioni, episodi concreti. Non interpretazioni infinite.

  2. Ricostruzione della causa reale
    Ruolo confuso? Priorità divergenti? Aspettative non dette? Comunicazione sbagliata?

  3. Accordo operativo di ripartenza
    Chi fa cosa, come si coordinano, cosa succede se il problema si ripresenta.

Caso tipico. Due figure commerciali litigano perché uno “promette troppo” e l’altro “blocca tutto”. Se ti fermi ai caratteri, non risolvi. Se scopri che manca una regola condivisa su sconti, margini e tempi di conferma, il problema cambia natura. Da personale diventa organizzativo.

Una frase utile in mediazione è questa:

“Non mi interessa stabilire chi ha ragione in assoluto. Mi interessa definire un modo di lavorare che da domani eviti lo stesso attrito.”

 

Il tuo piano d’azione per trasformare i principi in abitudini

Molti articoli sulla leadership lasciano il lettore con idee giuste ma poco movimento reale. In azienda, invece, conta una cosa sola: trasformare i principi in comportamento quotidiano. Se vuoi gestire un gruppo di lavoro meglio, non devi cambiare tutto in una settimana. Devi rendere stabile ciò che oggi fai in modo occasionale.

 

Perché cambiare poco ma bene funziona più di cambiare tutto

Nelle PMI l’introduzione di nuovi strumenti di management richiede un processo di Change Management che coinvolga ogni dipendente, parta da una visione comune e introduca regole semplici fino a trasformarle in un’abitudine stabile, come spiegato nell’approfondimento di TeamSystem sul change management nelle PMI.

Questo punto è decisivo. Il manager spesso fallisce non perché sceglie uno strumento sbagliato, ma perché ne introduce troppi insieme. Nuove riunioni, nuovi KPI, nuovo file condiviso, nuova procedura, nuovo metodo di delega. Il team non assimila. Si difende.

Funziona meglio questo approccio:

FaseAzione
ChiarireSpiega perché serve cambiare
SemplificareIntroduci poche regole leggibili
CoinvolgereRendi il team parte attiva
VerificareControlla cosa sta funzionando
StabilizzareRipeti finché diventa routine

 

Checklist dei primi 30 giorni

Se vuoi partire subito, questa traccia è concreta e sostenibile.

  • Settimana 1
    Fai una fotografia del team. Ruoli, criticità, punti forti, sovrapposizioni.

  • Settimana 2
    Organizza colloqui individuali brevi. Ascolta prima di correggere.

  • Settimana 3
    Scrivi o aggiorna le schede di ruolo essenziali. Una pagina basta.

  • Settimana 4
    Introduci una delega vera su un’attività rilevante, con checkpoint e feedback finale.

  • Entro il mese
    Cambia il formato delle riunioni. Meno dispersione, più priorità, più responsabilità esplicite.

  • Sempre
    Correggi subito le ambiguità. Non aspettare che diventino abitudini tossiche.

Se vuoi un criterio semplice per capire se stai migliorando, osserva questo: il team ti coinvolge solo per ciò che è davvero tuo oppure continua a riversarti addosso ogni incertezza? La risposta dice molto più di qualsiasi slogan sulla leadership.

 

Domande frequenti sulla gestione del team

 

Come gestire un collaboratore bravo ma difficile

Nelle PMI questo caso pesa più che nelle grandi aziende. Il talento si vede subito. Anche l’effetto che ha sul clima.

Un collaboratore molto competente che interrompe, svaluta i colleghi o crea tensione non va protetto “perché porta risultati”. Va corretto con metodo. Il punto non è giudicare il carattere, ma richiamare comportamenti precisi, descriverne l’impatto operativo e fissare uno standard chiaro per il futuro.

Suggerisco una traccia semplice, utile soprattutto a chi è passato da collega a responsabile senza una vera formazione manageriale: fatto osservato, impatto sul team, aspettativa, verifica. Se il problema si ripete, formalizza un patto operativo scritto con due o tre comportamenti attesi e una data di controllo. Nella pratica funziona, perché riduce le discussioni personali e riporta il confronto sul lavoro.

 

Come intervenire quando il team aspetta sempre il manager

Se tutto torna sulla tua scrivania, di solito il problema non è la scarsa iniziativa in sé. Manca chiarezza su chi decide cosa, oppure il team ha imparato che sbagliare costa troppo.

La correzione utile non è chiedere genericamente più autonomia. Conviene assegnare decisioni piccole ma reali, con confini chiari. Per esempio: il team decide entro un budget, entro una data e su attività definite. Il manager interviene solo su eccezioni già concordate.

Nelle PMI questo passaggio è delicato, perché spesso i processi sono in testa all’imprenditore o al responsabile, non scritti. Finché restano impliciti, il team continuerà a chiedere conferme anche su temi banali.

 

Come gestire un team distribuito senza perdere coesione

Un team distribuito non si tiene insieme da solo. Serve una struttura leggera, ma stabile.

La prima regola è distinguere tre piani: aggiornamento operativo, decisioni, relazione. Se li mescoli, le riunioni si allungano e nessuno capisce cosa deve fare dopo. Meglio un ritmo semplice: un momento fisso per allineare priorità e blocchi, regole comuni su dove aggiornare lo stato del lavoro e occasioni periodiche per confrontarsi anche fuori dall’urgenza.

La seconda regola riguarda la visibilità. Nei team a distanza, chi comunica poco rischia di sembrare meno presente di quanto lavori davvero. Per questo conviene definire standard minimi di aggiornamento. Poche regole, leggibili da tutti, applicate con costanza.

 

Come motivare chi sembra spento

Prima di parlare di incentivi, conviene capire cosa sta succedendo davvero. Nella mia esperienza, molti casi di calo motivazionale nascono da tre cause concrete: aspettative confuse, sensazione di non crescere, fatica accumulata.

Una domanda aiuta subito: questa persona ha chiaro cosa ci si aspetta da lei nelle prossime due settimane? Se la risposta è no, non stai gestendo un problema di motivazione. Stai gestendo un problema di direzione.

Se invece la direzione è chiara, verifica se il ruolo è diventato troppo stretto, troppo ripetitivo o troppo pesante. La soluzione cambia. A volte serve feedback. A volte serve ridisegnare priorità. A volte serve togliere carico, non aggiungerlo.

 

Quando conviene formare e quando conviene cambiare persona

La formazione ha senso quando vedi tre segnali: disponibilità ad apprendere, applicazione concreta dei feedback, crescita della responsabilità nel tempo. In questo caso investire conviene, anche se i risultati non sono immediati.

Se invece incontri resistenza costante, scarico di responsabilità e nessun cambiamento dopo richiami chiari, il tema non è più formativo. È di compatibilità con il ruolo, con il team o con la cultura aziendale. Prolungare l’ambiguità costa molto a una PMI, perché blocca il manager, affatica i colleghi e rallenta i risultati.

Per decidere bene, usa un criterio semplice: la persona non sa ancora fare, oppure non vuole più stare dentro quel perimetro? Sono due problemi diversi. Trattarli allo stesso modo porta quasi sempre a una decisione sbagliata.

Se vuoi lavorare in modo strutturato su leadership, delega, comunicazione e responsabilizzazione del team, PTManagement affianca imprenditori e manager di PMI con percorsi concreti di coaching e formazione manageriale. L’obiettivo non è aggiungere teoria, ma trasformare problemi ricorrenti in un metodo di gestione più chiaro, sostenibile e misurabile.

PTM
Panoramica privacy

Quando si visita qualsiasi sito web, questo può memorizzare o recuperare informazioni sul tuo browser, in gran parte sotto forma di cookie.

Queste informazioni potrebbero essere su di te, le tue preferenze o il tuo dispositivo e sono utilizzate in gran parte per far funzionare il sito come te lo aspetteresti. Le informazioni di solito non ti identificano direttamente, ma possono fornire un'esperienza web più personalizzata.

Poiché rispettiamo il tuo diritto alla privacy, puoi scegliere di non consentire alcuni tipi di cookie.

Clicca sulle intestazioni delle diverse categorie per scoprire di più e modificare le impostazioni predefinite. Tuttavia, il bloccaggio di alcuni tipi di cookie può avere impatto sulla tua esperienza del sito e dei servizi che siamo in grado di offrire.